Mappa di un universo narrativo complesso per il worldbuilding seriale

Worldbuilding seriale: come si costruisce un universo narrativo che dura 10 volumi?

C’è un patto invisibile – una vera e propria stretta di mano silenziosa – sancito tra autore e lettore quando si sfogliano le prime pagine del volume uno di una saga. La promessa dell’autore è semplice: “Fidati di me, entra in questo mondo e non ti farò mancare la terra sotto i piedi”.

Se in un romanzo autoconclusivo o in una trilogia mantenere questa promessa è questione di buona pianificazione, farlo per una serie di sette, dieci o magari quindici volumi è un’impresa di alta ingegneria narrativa. Scrivere sulla lunga distanza non perdona: le crepe strutturali che nel primo libro sembravano innocue all’ottavo rischiano di far crollare l’intero palazzo.

Oggi proviamo a indossare i panni di “addetti ai lavori” per esplorare i segreti del worldbuilding seriale. Quali sono le regole d’oro affinché un universo narrativo possa sopravvivere per migliaia di pagine preservando la sua ferrea coerenza logica? E perché tanti giganti della letteratura di genere, a un certo punto, perdono inevitabilmente la bussola?

Architetti, giardinieri e i tre pilastri della lunga distanza 

Nel mondo della scrittura circola una distinzione fondamentale per capire come nascono le storie, resa celebre da George R.R. Martin, ma ampiamente dibattuta da editor e addetti ai lavori (ne ha parlato in modo esaustivo anche Livio Gambarini, scrittore, docente e fondatore di Rotte Narrative, per renderne immediata la comprensione ai lettori): gli scrittori si dividono in “architetti” e “giardinieri”.

I primi pianificano ogni singolo dettaglio, redigendo mappe e regole ancora prima di prendere in mano una penna o digitare la prima lettera sul computer; i secondi piantano un seme (un personaggio, uno spunto) e “scoprono” la storia mentre si sviluppa.

Sulla lunghissima distanza, l’istinto del giardiniere, pur essendo affascinante, rischia di generare una giungla narrativa ingestibile. Per questo, dallo studio delle saghe più longeve, emergono tre pilastri tecnici imprescindibili per ancorare la narrazione:

La “Story Bible” (la coerenza Interna)

La memoria umana ha un limite. Un autore non può ricordare il colore degli occhi di un locandiere o la regola di una casata minore a cinque libri di distanza (giuro: in una saga fantasy ho visto ricomparire, nel sesto libro, un mago morto nel secondo. E non era stato resuscitato da qualche collega. No, proprio no. Ovviamente si è scritto all’autore per sottolineare l’enorme incongruenza e in qualche modo si è risolto il tutto). Creare una “Bibbia della serie” – un documento enciclopedico che traccia regole magiche, alberi genealogici, timeline e geografie – è vitale. L’errore di continuity logica è il nemico giurato del patto col lettore.

La seconda legge di Sanderson (i limiti)

Come teorizzato da Brandon Sanderson, la magia o la tecnologia non sono interessanti per ciò che possono fare, ma per i loro limiti e i loro costi. Se al decimo libro l’autore inserisce un potere mai menzionato prima, pur di sbloccare la trama, la coerenza interna crolla e il lettore si sente preso in giro.

La regola dell’iceberg e la gestione del tempo (la scalabilità)

L’errore fatale è spiegare tutto subito. Un mondo progettato per durare sette, otto o quindici libri deve mostrare solo la punta dell’iceberg, lasciando un immenso spazio sommerso (terre inesplorate, antiche leggende, miti e quant’altro) che permetterà di espandere l’orizzonte in modo organico, nel prosieguo della serie. Al contempo, per reggere decenni di pubblicazioni, bisogna saper gestire il fattore Tempo, lasciando scorrere le ere senza asfissiare la narrazione.

Eppure, persino conoscendo questi dogmi, il percorso è disseminato di trappole. Vediamo dove si cade più spesso e chi, invece, ne è uscito vincitore.

 

La sindrome dell’espansione incontrollata: il caso Martin 

Nel fantasy epico, il rischio principale è l’ipertrofia: il mondo cresce a dismisura fino a divorare il suo creatore. Il caso che ha fatto scuola è quello di George R.R. Martin, divenuto ormai ostaggio del proprio mondo: Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco.

Martin si è sempre fieramente autodefinito un “giardiniere”. Il suo worldbuilding iniziale, crudo e politicamente sofisticato, sulla lunga distanza è palesemente sfuggito al suo controllo, violando clamorosamente la Regola dell’Iceberg. Invece di esplorare la profondità del sommerso con parsimonia, Martin ha aggiunto costantemente massa in orizzontale. Ha moltiplicato i Punti di Vista (POV), inserito nuovi continenti, decine di casate minori e profezie criptiche, espandendo la mappa ben oltre le sue reali capacità di gestione.

Il risultato? L’universo di Westeros ed Essos è diventato un labirinto narrativamente inestricabile. L’eccesso di worldbuilding ha soffocato la trama, portando a una paralisi decennale e a un paradosso storico: l’adattamento televisivo (Game of Thrones) ha dovuto sorpassare i romanzi, tagliando i fili e concludendo la storia, in televisione, anni prima che il suo creatore apponesse la parola “FINE” sulla carta.

 

La “comfort zone” e il brodo allungato: l’impasse di J.R. Ward

Se ci spostiamo nel genere Paranormal Romance/Urban Fantasy, il pericolo si ribalta: il mondo smette di espandersi, ripiegandosi su se stesso per pura sopravvivenza editoriale.

Prendiamo in esame J.R. Ward e la sua popolarissima Confraternita del Pugnale Nero. Confesso: amo alla follia Rhage e il suo “antidisindustrializzazione”; adoro Zsadist; Butch e V sono il top, anche Xhex – che tanti ritengono antipatica – per me è fantastica e, tutto sommato, fino al numero 11 la saga mi è piaciuta, molto. Ma... be’, c’è un grandissimo “MA”. Il volume 12 mi ha letteralmente bloccata. Dato che adoro gli spoiler, so bene come è proseguita la serie e proprio per questo sono convinta di aver fatto la scelta giusta fermandomi lì (almeno, questa è la mia idea al momento). I primi volumi sono stati uno tsunami per il genere: vampiri guerrieri, chimica di coppia esplosiva e tanto sesso. Ma sulla lunghissima distanza le crepe strutturali sono diventate sempre più evidenti, in particolare dopo quello che io considero lo spartiacque rappresentato da Il Re.

Superato quel giro di boa (anzi, sin da quel volume) per poter mandare avanti una macchina seriale che ormai includeva anche degli spin-off, l’autrice ha iniziato ad “allungare il brodo”, venendo meno sia alla Seconda Legge di Sanderson che alle regole della sua stessa Story Bible. Le dinamiche della società vampirica, i costi fisiologici o alcuni eventi sono stati progressivamente piegati, ammorbiditi e asserviti quasi esclusivamente alle necessità della trama romantica del momento.

Sia ben chiaro: dal punto di vista del mercato, questa è una strategia brillantissima. Offre a lettori e lettrici una rassicurante “zona di comfort”, un rifugio dove ritrovare i propri “maschi alfa” e i personaggi del cuore come vecchi amici di sempre al bar. Ma da un punto di vista strettamente tecnico, la saga ha sacrificato la coerenza logica del suo universo, trasformandolo in un fondale un po’ logoro e sempre uguale a se stesso

 

L’arte dell’incastro perfetto: la masterclass di Terry Brooks

È possibile, allora, far sopravvivere un universo per quasi mezzo secolo senza rinunciare alla coerenza e senza tediare chi legge? A mio avviso, assolutamente sì. Sebbene si tratti di un’opinione strettamente personale, credo che nel panorama fantastico Terry Brooks abbia tenuto una vera e propria masterclass da architetto puro con la sterminata epopea di Shannara (il cui primo volume risale al 1977).

Come ha fatto Brooks a orchestrare decine di volumi rispettando tutte e tre le regole auree? Semplice: non ha gestito solo lo spazio, ma ha gestito magistralmente il tempo.

Invece di cristallizzarsi sullo stesso gruppo di personaggi fino all’esaurimento, Brooks ha fatto scorrere le ere. Ma il suo vero colpo di genio, che lo consacra come autore di uno dei worldbuilding più elaborati del genere, è stato l’incastro a ritroso tra i libri.

È partito da un mondo high fantasy magico e classico, per poi spiazzare tutti tornando al nostro mondo contemporaneo con la saga Il Verbo e il Vuoto. Infine, con la trilogia della Genesi di Shannara ha unito i due poli, svelandoci con una coerenza spaventosa come il nostro mondo tecnologico, devastato da guerre e apocalissi, si sia lentamente tramutato nelle Quattro Terre. Brooks ha costruito un ecosistema organico: le regole magiche e i limiti biologici sono rimasti ferrei nel corso dei millenni, dimostrando come il rispetto incrociato della Story Bible e dei paletti di Sanderson si sposi in modo eccellente con lo spazio vitale garantito dalla Regola dell’Iceberg.

In conclusione

Costruire un universo narrativo che regga per dieci o quindici volumi è come piantare un bosco. L’istinto del giardiniere serve per dare vita alle foglie e alla bellezza, ma è necessaria la precisione dell’architetto per tracciare il percorso delle radici. Non basta disegnare un bellissimo albero nel primo libro; bisogna assicurarsi che il terreno sia fertile, che i limiti del recinto siano chiari e che l’intero ecosistema possa sopravvivere al susseguirsi delle stagioni senza smarrire la propria logica. E, quando un autore ci riesce, regala a chi legge molto più di una bella storia: offre una vera e propria seconda casa.

 

E voi? In quali lunghissime saghe vi siete felicemente trasferiti senza mai stancarvi, grazie a una struttura logica e solida, e in quali, invece, avete sentito che l’autore aveva clamorosamente smarrito la mappa? Vi aspettiamo nei commenti per parlarne insieme!

 

Articolo a cura di Stella Pagani

 

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